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ITALIA - Cassazione n. 20468/2007 (Maltrattamento legare il cane al sole)

(Sentenza n. 20468 del 2007 della Corte di Cassazione, 3° Sez. Penale).

ItaliaEsporre l'animale domestico alla calura e senza possibilità di muoversi, costituisce reato: la legge punisce "chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze" (2° comma dell'art. 727 del Codice Penale).

SENTENZA
Sul ricorso proposto da C. L. , nato a Trapani il 21 aprile 1965;

(omissis)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con la sentenza in epigrafe il giudice del Tribunale di Trapani, derubricata e diversamente qualificata la contestata imputazione di cui all'art. 544 ter. Cod. pen. , dichiarò C. L. colpevole del reato di cui all'art. 727 cod. pen.[1], limitatamente al cane di razza pastore tedesco, per averlo detenuto in condizioni incompatibili con la sua natura e produttive di gravi sofferenze, e lo condannò alla pena di 1.500,00 di ammenda, mentre lo assolse relativamente alla condotta relativa al cane di razza dobermann.
L'imputato propone ricorso per cassazione deducendo:
1) violazione degli artt. 727 e 2, comma 4, cod. pen. e 25 Cost., con riferimento alla ritenuta configurabilità della fattispecie di cui all'art. 727 cod. pen. come novellata dalla legge 189/2004, per mancanza o manifesta illogicità della motivazione con riferimento alla omessa specificazione della frazione di condotta asseritamene produttiva di gravi sofferenze. Osserva che il giudice ha escluso il contestato reato di cui all'art. 544 ter cod. pen. per mancanza del dolo che caratterizza l'ipotesi delle sevizie ed ha applicato il nuovo testo dell'art. 727 cod. pen. senza però motivare sulla sussistenza dell'elemento costitutivo del reato dato dal fatto che la detenzione in condizioni incompatibili con la natura dell'animale deve essere produttiva di gravi sofferenze.
2) violazione dell'art. 727 cod. pen. per mancanza o manifesta illogicità della motivazione, in ordine circostanza che l'animale fosse detenuto in condizioni incompatibili con la propria natura, in quanto il cane era in discrete condizioni generale ed egli lo accudiva rifornendolo di acqua e cibo ogni giorno, lo cospargeva periodicamente di antiparassitario, lo teneva legato ad una catena sufficientemente lunga di cinque o sei metri e lo aveva fornito di una cuccia con due entrate in grado di dargli riparo dal sole ed aerazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Il ricorso si articola, in realtà, in censure in fatto non proponibili in questa sede processuale ed è comunque infondato.
Nella specie, invero, trova applicazione la legge 20 luglio 2004, n. 189, entrata in vigore il 1° agosto 2004, e quindi in data anteriore alla commissione del fatto, e precisamente il secondo comma dell'art. 727 cod. pen. come riformulato da detta legge, che punisce "chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze".
Orbene, esattamente il giudice del merito ha ritenuto che non poteva parlarsi delle contestate sevizie, che presuppongono una particolare crudeltà e ferocia verso l'animale ed un dolo specifico costituito dalla volontà di arrecare un tormento atroce, ed ha ritenuto – con corretta applicazione delle norme di diritto e con congrua, specifica ed adeguata motivazione – sussistenti i due elementi costitutivi del reato in questione, ossia la detenzione dell'animale in condizioni incompatibili con la sua natura e le gravi sofferenze prodotte da tale detenzione.
Sotto il profilo, invero, ha osservato che era stato accertato che il pastore tedesco versava in una situazione di grave incuria e di pessima situazione igienica, che era legato ad una catena lunga appena due metri, e quindi esigua rispetto alle sue dimensioni e che non gli permetteva i movimenti naturali per lungo lasso di tempo, e soprattutto era lasciato per tutto il giorno d'estate in una zona del cantiere priva di ombra e di alcun riparo gli permettesse di ripararsi dalla elevata temperatura del sole di agosto, temperatura ugualmente se non ancor piu' elevata all'interno della cuccia anch'essa esposta al sole. Sotto il secondo profilo, il giudice ha osservato di arrecare al cane atroci sofferenze, e quindi non dava luogo a sevizie, era comunque produttivo di gravi sofferenze per l'animale, determinate non solo dalla sporcizia del luogo e dall'incuria, ma soprattutto dall'essere praticamente privato della possibilità di movimento e dall'essere costretto a stare durante le ore piu' calde delle giornate di agosto in un cantiere assolato o in una cuccia soffocante, priva a sua volta di una idonea tettoia.
Trattandosi di motivazione adeguata e scevra di vizi logici, il ricorso deve essere rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Per questi motivi La Corte Suprema di Cassazione Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte Suprema di Cassazione, il 4 aprile 2007.

L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 25 MAGGIO 2007